Indice
Classifiche
Plug-in VST RTAS
Computer music
Tutorials
Software
Hardware
Freeware VST
Librerie di suoni
La tua musica
David's guitar
DC records Studio
More Rec. Studio's
Trentino A.A.
Italia
Case discografiche
Case editrici
Produttori
Interviste
Stampa CD
Contratti
Midi downloads
Compro e vendo
Amici Music-Boss
Newsletter
Scrivimi
  Intervista a Luca Anzellotti
  di Francesco D’Ambrosio            
               
  Luca Anzellotti ha 35 anni e, nonostante la giovane età, ha già una lunga carriera di rumorista alle spalle. Anche lui ha iniziato giovanissimo seguendo le orme del padre e dello zio: a 17 anni era già in studio di registrazione – in un “angolino”, come lui stesso ama ricordare - a seguire il montaggio audio di film di registi del calibro di Fellini. Il vero esperto e, soprattutto, il grande appassionato di Pro Tools è lui.
Oltre ad occuparsi di montaggio e di effetti speciali, Luca è infatti l’artefice del passaggio ai sistemi Digidesign negli studi della Anzellotti Sound Effects Company: “un passaggio obbligato”, ci ha detto, “visto che ormai anche nel cinema praticamente tutto l’audio si fa con Pro Tools: colonna sonora, rumori e perfino il doppiaggio”. Anche con Luca Anzellotti abbiamo fatto una lunga chiacchierata: del padre Luciano, oltre che un mestiere, ha preso la grandissima disponibilità a raccontarsi.
Qual è la sua specializzazione all’interno della Anzellotti Sounds Effects Company?
Mi occupo principalmente di montaggio, ormai interamente su Pro Tools, e di effetti speciali, ovvero di tutti quei suoni che hanno un sync con le immagini. Il mio lavoro consiste nel sincronizzare l’audio che registriamo in sala, di inserire gli effetti, i rumori tratti dalla nostra vastissima collezione di suoni, e di pre-mixare il tutto applicando l’effettistica necessaria a ciascuna traccia audio. Tutto questo viene fatto ormai interamente in digitale e tutto all’interno della piattaforma Digidesign: dalla registrazione al pre-mix finale, compreso l’equalizzazione e l’inserimento degli effetti di riverbero – quelli che utilizzo di più - che sono interamente affidati ai plug-in di Pro Tools.
 
 

Quando avete introdotto il primo Pro Tools
nei vostri studi?

Il passaggio è stato relativamente recente. Ho iniziato un paio di anni fa ma sono diventato subito un vero “malato” di Pro Tools: uno strumento eccezionale che permette realmente di “giocare” con i suoni… il lavoro è sempre lavoro, ma con Pro Tools posso dire davvero di divertirmi a creare e a sperimentare atmosfere sonore. Mi sono talmente appassionato che ora seguo tutto ciò che riguarda Pro Tools; perfino i plug-in di sintesi virtuale: anche se raramente li utilizzo per lavoro, ho iniziato a collezionare – e ad acquistare – anche questi… ce ne sono di fantastici!

               
  Quanti sistemi Digidesign avete attualmente?
Il numero crescerà presto, ma al momento ne abbiamo tre: due Pro Tools HD1 e un HD2, più parecchie interfacce che utilizziamo soprattutto quando andiamo a fare dei mix esterni in sale come, ad esempio, la International Recording o la Phono Roma. Quando vado in queste strutture, mi organizzo sempre con un paio di interfacce in modo da avere un numero di uscite sufficienti a permettermi di tenere separata ogni traccia del montaggio. In questo modo posso controllare liberamente la spazialità del suono nel mixaggio in 5.1, che è poi un po’ la mia specialità. Mi piace sfruttare fino in fondo le potenzialità dell’audio multi canale tipico del cinema… dare “spazio” al suono.

Mac o Pc: chi “governa” Pro Tools nel vostro studio?
Macintosh, assolutamente. Anche questa è una passione recente, nata, guarda caso, proprio assieme a Pro Tools e cresciuta con la stessa intensità. Per me è un’accoppiata vincente, soprattutto ora che Mac OS X ha iniziato a dimostrare quello che da tempo aveva promesso di essere: un sistema operativo potente, affidabile e con un’interfaccia grafica insuperabile. Tutte e tre le nostre stazioni di lavoro ora girano con il nuovo system di Apple: ogni incompatibilità, anche nell’audio, sembra definitivamente superata. In studio utilizziamo ancora, e tutto sommato con soddisfazione, dei “vecchi” G4 a doppio processore… ma abbiamo già messo gli occhi sui nuovi G5; ho avuto occasione di lavorare un po’ con una di queste macchine in uno studio su a Londra: be’… “quando il mezzo mi segue”, come dico io! Potente, soprattutto con i plug-in.

               
  Qual è il suo metodo di lavoro? Come utilizza Pro Tools per sonorizzare un film?
Il primo step è quello di importare in una traccia tutto l’audio della presa diretta. Rarissimamente riusciamo a recuperare qualcosa di quello che è stato registrato sul set – mediamente meno del 5% dell’audio originale – ma questa traccia è indispensabile come riferimento per andare a costruirci sopra i rumori ricreati in studio o inseriti come effetti speciali. La prima fase del mio lavoro consiste proprio in questo: montare i suoni creati in studio da mio padre e mio zio – e registrati direttamente con Pro Tools – e inserire gli effetti speciali, ovvero i rumori che abbiamo collezionato in tutti questi anni di attività. Una buona parte di questo materiale è stato acquisito sempre con Pro Tools e ora è archiviato in una sfilza di hard disk FireWire e di DVD-ROM pronti all’uso: basta ricordare dov’è un determinato suono è siamo subito pronti a inserirlo nel progetto di Pro Tools. La difficoltà è solo questa: ricordarsi dov’è il suono che si ha in mente. Ma è anche il bello del mio lavoro: scegliere i rumori scavando nei ricordi, nelle sensazioni associate a ciascun suono.
 
               
 

Rumori in studio ed effetti speciali: e poi?
E poi si passa a quello che noi chiamiamo gli “ambienti”, cioè andiamo ad inserire tutti quei rumori che servono per ricreare l’ambientazione di una scena: il traffico, lo scroscio delle onde, il vento, il brusio di voci tipico di un luogo pubblico, e così via. Questa fase è analoga a quella dell’inserimento degli effetti speciali, ma è importante tenerla separata per non mettere, come si suol dire, “troppa carne al fuoco”. In una scena normalmente ci sono davvero tanti suoni da gestire: se li si inserisce tutti insieme si rischia di non prestare la dovuta attenzione ad ogni componente della sonorizzazione. Noi a questo teniamo molto: cerchiamo di curare ogni singolo suono, attribuendo a ciascuno livelli differenti di equalizzazione, riverbero, ecc.

Questo modo di lavorare comporta evidentemente l’utilizzo di molte tracce: in media quante sono?
In un film “normale”, senza un audio particolarmente intricato, utilizzo in media una trentina di tracce per gli effetti speciali, una dozzina per le riprese in sala e appena un po’ di meno per gli ambienti. I nostri progetti spremono Pro Tools non poco: in tutto utilizziamo circa una cinquantina di tracce separate. La cosa più importante per noi è proprio questa: poter mantenere ogni traccia assolutamente ben separata fino al mixaggio.

Qual è l’ultima fase del lavoro di produzione di una sonorizzazione?
Alla Anzellotti Sound Effects Company normalmente arriviamo, per scelta, al pre-mix: il mixaggio finale lo andiamo a fare negli studi di produzione dove integriamo la nostra parte con gli altri contributi audio del film: musiche e, soprattutto, dialoghi. Dalla “fusione” di tutti questi contributi audio nasce la colonna sonora di un film.

Un’ultima domanda: viste le potenzialità di editing audio e lo sterminato numero di plug-in di effetti di Pro Tools, le capita mai di costruire un suono direttamente all’interno del programma?… di generare un suono completamente in digitale?
Eccome… è la cosa che mi diverte e stimola di più! Stavo giusto “smanettando” ora con un po’ di funzioni di Pro Tools per ricreare un suono da mettere su “un sogno”… su una scena di una visione onirica. Sono partito da un semplice rumore rosa, ho applicato tre stadi differenti di equalizzazione: non so bene dove arriverò, ma sono certo di riuscire a tirar fuori esattamente quello che ho in mente. La possibilità di sperimentare è una delle cose che mi affascina di più di Pro Tools.

Ci ha raccontato degli strumenti che vengono utilizzati per fare i rumori e ci ha descritto il set di ripresa ma, in pratica, come si realizza la sonorizzazione di un film?
Normalmente la lavorazione si divide in due fasi. Per prima cosa si analizza la pellicola così com’è, con i suoni registrati direttamente sul set, e ci si fa un’idea, insieme al regista o la montatore, delle ambientazioni e quindi dei rumori che devono essere ricreati. Qui si capisce anche se alcuni dei suoni della presa diretta possono essere recuperati e utilizzati nella sonorizzazione insieme a quelli registrati in studio: non capita spesso, ma talvolta si riesce a utilizzare alcuni rumori ripresi dal vivo o, almeno, alcuni spezzoni di rumore. Ad esempio, se nella ripresa di una cavalcata il suono è “bello”, ovvero nitido e senza interferenze di altri elementi della scena, si può isolare anche una piccola regione audio che può essere poi duplicata per coprire tutta la durata della cavalcata.
In questa prima fase si inseriscono anche quelli che in gergo vengono chiamati gli “effetti speciali”, che non sono necessariamente i rumori delle esplosioni dei film di fantascienza, ma più semplicemente quelli che possono essere riprodotti avvalendosi delle vaste collezioni di suoni che uno studio come il nostro ha in archivio: gli spari di una pistola, la sirena di un’ambulanza, il rumore di un motore, un aereo, il vento, un temporale, il rumore del mare… Il nostro studio ha una collezione praticamente infinita di suoni che abbiamo raccolti negli anni e che abbiamo registrato nelle più svariate situazioni: durante la proiezione scegliamo quelli che ci servono per il film e li montiamo sulle sequenze. A questo punto siamo pronti per la seconda fase.

In cosa consiste?
Finito il montaggio degli effetti speciali, e effettuato un primo mixaggio delle tracce audio, passiamo a registrare tutto ciò che fa “vivere” il film… tutti quei piccoli suoni e quei minimi rumori che danno vita alle immagini che scorrono sullo schermo. Provate a pensare a un scena dove c’è un personaggio che cammina su un prato: senza il rumore dei suoi passi nell’erba la scena è “morta”, le immagini, anche le più suggestive, non hanno vita. Qualsiasi azione nel mondo reale provoca un suono: il compito principale del rumorista è proprio quello di ricreare questi suoni. Alcuni rumori sono quasi impercettibili (come il fruscio di un tessuto), altri risultano scontati (il rumore di un bicchiere poggiato su un tavolo), altri ancora sottolineano in modo determinate un’azione (pensate al rumore delle spade in un duello). Indipendentemente dalla forza che hanno, dalla loro intensità, tutti i suoni sono importanti per costruire la sonorizzazione di un film.

               
 
  Quali sono quindi i suoni più frequenti da ricreare?
Sicuramente i passi, ma in generale tutto ciò che corrisponde o un’azione o all’ambiente di una scena. Quando registriamo non pensiamo a quale suono dobbiamo ricreare, ma a cosa succede nella sequenza che abbiamo davanti: i rumori vengono di conseguenza.

E quelli più difficili da rendere?
Sono i rumori che non hanno un riferimento diretto con il mondo reale: i suoni per i film di fantascienza o quelli horror; genere quest’ultimo in cui ho lavorato moltissimo. Una testa mozzata che cade e si spacca in due sul pavimento, ad esempio, che suono fa?

           
 

Io e mio fratello ci siamo realmente trovati ad affrontare questo problema nella lavorazione di uno dei film di Dario Argento: non ricordo in quale film, ne abbiamo fatti talmente tanti insieme (4 mosche di velluto grigio, Demoni, Profondo Rosso, L'uccello dalle piume di cristallo, Opera, Phenomena, Suspiria, ecc.), ma abbiamo davvero dovuto ricreare il suono per una scena così truculenta.
Come abbiamo fatto? La soluzione è stata alquanto comica. Ricordo che abbiamo preso la macchina e siamo andati su a Monte Savello, qui a Roma, dove c’era una bancarella che vendeva frutta di stagione: abbiamo fatto ’na caricata de cocomeri e siamo tornati in studio. Sono quindi salito su una scala e ho iniziato a far cadere i cocomeri mentre mio fratello registrava con un microfono a raso del pavimento. Il rumore della testa mozzata l’abbiamo fatto così, con dei cocomeri!
I suoni più “strani” sono anche quelli più divertenti da realizzare e permettono di esprimere tutta la propria creatività.
C’è anche un’altra componente che necessita di una particolare attenzione nella costruzione di una sonorizzazione: il silenzio (… la pausa, facendo ancora un parallelismo con la musica). Inserisco anche questo fra gli effetti “difficili” da rendere perché a volte viene trascurato: spesso capita di sentire sonorizzazioni con troppi rumori.
Il silenzio è invece un elemento che ha un ruolo fondamentale nell’enfatizzare i suoni. È un insegnamento di Pietro Germi che una volta mi disse: “Luciano… quando in una sequenza di rumori c’è una pausa, la si avverte. Il silenzio si sente… quindi il silenzio va trattato come qualsiasi altro rumore: è capace di suscitare sensazioni nello spettatore così come il suono”. Sono parole che mi hanno colpito e mi hanno stimolato a sviluppare, da rumorista, una sensibilità anche per il silenzio.

Ha citato due grandi nomi del Cinema italiano. Tra i tanti, tantissimi registi con cui ha lavorato chi ricorda di più?
Ho lavorato, e continuo a lavorare, davvero con tanti registi: i miei sono i ricordi di una vita… professionale e personale. Difficile fare una graduatoria. Alcuni sono diventati grandi amici, altri sono stati dei maestri che mi hanno aiutato a crescere professionalmente. Fra i grandi nomi che hanno fatto la storia del nostro Cinema, ricordo però con grande affetto quello di Pasolini, una persona deliziosa sia dal punto di vista professionale, sia da quello personale. Ho lavorato a tutti i suoi film e mi ha dimostrato sempre grandissimo rispetto e fiducia per le cose che facevo. Mi diceva: “questo è il tuo lavoro… se l’hai fatto così vuole dire che è quello che senti, è la tua sensibilità”. Non è mai intervenuto sui suoni che ho realizzato: l’unica sua particolarità era di non volere dei suoni netti per i passi; dovevano essere dei fruscii, dei suoni molto ovattati. Tutti i suoi film sono così: provate a riguardarli con attenzione e, soprattutto, ad ascoltarli. È la sua firma alle mie sonorizzazioni.

Luciano Anzellotti ha lavorato con tantissimi registi e in tantissime produzioni: aneddoti e ricordi potrebbero continuare senza fine. Quello che ci ha raccontato, ci ha comunque permesso di capire come si lavora alla sonorizzazione di un film. Il suo è l’approccio “analogico” alla produzione: per l’aspetto digitale, per capire quindi l’utilizzo di Pro Tools, abbiamo fatto una chiacchierata con il figlio Luca. La terza e ultima parte di questo speciale è dedicata proprio all’utilizzo di Pro Tools negli studi della Anzellotti Sound Effects Company.

 


Articolo pubblicato grazie alla collaborazione di:visita il sito